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Leggi e medita

  1. Liturgia del: 
    12 luglio 2020

    La Parola del giorno: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23

    Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9 – forma breve)
    Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
    Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
    Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 
    Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

    Come parlare di Dio? Spesso ci facciamo questa domanda. A partire dall’ascolto del Vangelo di questa domenica, potremmo forse domandarci: come Gesù ha parlato di Dio e del suo Regno?
    Possiamo azzardare una risposta ripercorrendo queste righe.
    Lo ha fatto “sedendosi in riva al mare”: per un uditorio di pescatori, un modo per dire che egli ha condiviso la ferialità di ciascuno.
    Lo ha fatto annunciando che proprio questa ferialità può essere contemplata. Non tollerata in attesa di qualche grande evento. Men che meno “subita”, perché confrontata con successi, notorietà, carriere, prime pagine... Al contrario: ferialità assunta come il luogo della manifestazione di Dio nei gesti di un uomo della campagna.
    Lo ha fatto interrogando la coscienza di ciascuno: non posso parlare di Dio senza aver lasciato che Egli mi parli. A quale terreno sento di assomigliare in questa stagione della mia esistenza?
    Lo ha fatto con delle immagini capaci di offrire una luce senza esaurire la ricerca. Nella lettera pastorale Ripartiamo da Dio, il cardinale Martini scrisse: «La Sacra Scrittura preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di Qualcuno che in tutto ci supera. Gesù ci parla del Padre, ma per enigmi, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni, che ci fanno camminare nella notte della fede. Le nostre certezze non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno» (C.M. Martini, Ripartiamo da Dio. Lettera pastorale per l’anno ‘95-’96, Centro Ambrosiano, Milano 1995).
    Come parlare di Dio, dunque? Lasciando che Lui ci parli per primo, divenendo terreno accogliente e fecondo; condividendo la vita dei fratelli; traendo da essa i segni della presenza del Signore; non rinchiudendo le coscienze nelle nostre definizioni, ma educandole alla ricerca costante e appassionata dell’“oltre” della Parola.

    (A cura della Gioc)

    La vita: terreno buono per la Parola.

    Parlaci, Signore.
    E donaci occhi per riconoscerti,
    orecchi per ascoltarti,
    cuori per accoglierti.
    Parla alla nostra vita,
    parla con la nostra vita
    perché il frutto del tuo amore
    si moltiplichi in mezzo a noi.