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Leggi e medita

  1. Liturgia del: 
    23 settembre 2018

    La Parola del giorno: Sap 2,12.17-20; Salmo 53 (54); Gc 3,16-4,3

    Dal Vangelo secondo Marco (9,30-37) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

    Gesù è in viaggio verso Gerusalemme dove si concluderà drammaticamente la sua esistenza terrena, apparentemente da uomo sconfitto. Gesù, quindi, sente la necessità, attraversando la Galilea, di preparare i suoi discepoli a questo evento, richiamando alla loro memoria la visione del profeta Isaia sul servo sofferente. È già stato scritto. Il Figlio dell’uomo dovrà patire molto, verrà ucciso ma, dopo tre giorni risorgerà. È la via segnata per compiere la redenzione dell’uomo e instaurare il nuovo Regno di Dio sulla terra. I discepoli, per la seconda volta – la prima l’abbiamo vissuta domenica scorsa – non capiscono e tacciono, timorosi di chiedere spiegazioni al loro Maestro. Gesù non si arrende. Giunti a Cafarnao, si rivolge direttamente ai Dodici e, dopo aver messo a nudo i loro pensieri, dice chiaramente che seguire Lui, far parte del suo gregge, non è inseguire onori, gloria e potere ma servire, servire gli altri, non dominarli. È l’invito che, oggi, Gesù rivolge anche a noi che, forse, non abbiamo ancora imparato la logica del crocifisso. Ci attardiamo ancora a discutere su chi fra noi dev’essere il più grande. L’orgoglio, l’ambizione, il prestigio, l’amor proprio, i privilegi, gli onori, la popolarità, la superiorità, il desiderio di primeggiare, l’invidia, la faziosità, l’indifferenza diventano valori da affermare, e non importa se, per farli emergere, si calpestano gli altri. E il Signore? Il suo insegnamento? Il suo esempio? In una competizione se predomina l’io non c’è posto per Dio. Lasciamo che le nostre comunità non siano segnate dalla competizione tra chi “sa” e “fa” di più, ma restino (o diventino) i luoghi nei quali condividere anzitutto i propri bisogni, quella povertà che ci fa beati e che ci conserva accoglienti. Ascoltiamo, dunque, la Parola che ci esorta a vivere i nostri comportamenti secondo i modelli del servo e del bambino. Il servo evoca l’atteggiamento di fedeltà e di obbedienza ai comandi del padrone, il bambino quello di debolezza, d’impotenza, ma anche di estrema fiducia: il bambino fra le braccia della mamma si sente sicuro e protetto, come noi lo potremo essere fra le braccia di Dio.

     

    Signore, mi rendo conto che anch’io a volte sono testardo come i discepoli che tu istruivi. Aiutami, Signore, a vincere l’egoismo, a combattere l’indifferenza verso il dolore altrui, a rifuggire dai compromessi.

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  1. Liturgia del: 
    23 settembre 2018

    La Parola del giorno: Sap 2,12.17-20; Salmo 53 (54); Gc 3,16-4,3

    Dal Vangelo secondo Marco (9,30-37) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

    Gesù è in viaggio verso Gerusalemme dove si concluderà drammaticamente la sua esistenza terrena, apparentemente da uomo sconfitto. Gesù, quindi, sente la necessità, attraversando la Galilea, di preparare i suoi discepoli a questo evento, richiamando alla loro memoria la visione del profeta Isaia sul servo sofferente. È già stato scritto. Il Figlio dell’uomo dovrà patire molto, verrà ucciso ma, dopo tre giorni risorgerà. È la via segnata per compiere la redenzione dell’uomo e instaurare il nuovo Regno di Dio sulla terra. I discepoli, per la seconda volta – la prima l’abbiamo vissuta domenica scorsa – non capiscono e tacciono, timorosi di chiedere spiegazioni al loro Maestro. Gesù non si arrende. Giunti a Cafarnao, si rivolge direttamente ai Dodici e, dopo aver messo a nudo i loro pensieri, dice chiaramente che seguire Lui, far parte del suo gregge, non è inseguire onori, gloria e potere ma servire, servire gli altri, non dominarli. È l’invito che, oggi, Gesù rivolge anche a noi che, forse, non abbiamo ancora imparato la logica del crocifisso. Ci attardiamo ancora a discutere su chi fra noi dev’essere il più grande. L’orgoglio, l’ambizione, il prestigio, l’amor proprio, i privilegi, gli onori, la popolarità, la superiorità, il desiderio di primeggiare, l’invidia, la faziosità, l’indifferenza diventano valori da affermare, e non importa se, per farli emergere, si calpestano gli altri. E il Signore? Il suo insegnamento? Il suo esempio? In una competizione se predomina l’io non c’è posto per Dio. Lasciamo che le nostre comunità non siano segnate dalla competizione tra chi “sa” e “fa” di più, ma restino (o diventino) i luoghi nei quali condividere anzitutto i propri bisogni, quella povertà che ci fa beati e che ci conserva accoglienti. Ascoltiamo, dunque, la Parola che ci esorta a vivere i nostri comportamenti secondo i modelli del servo e del bambino. Il servo evoca l’atteggiamento di fedeltà e di obbedienza ai comandi del padrone, il bambino quello di debolezza, d’impotenza, ma anche di estrema fiducia: il bambino fra le braccia della mamma si sente sicuro e protetto, come noi lo potremo essere fra le braccia di Dio.

     

    Signore, mi rendo conto che anch’io a volte sono testardo come i discepoli che tu istruivi. Aiutami, Signore, a vincere l’egoismo, a combattere l’indifferenza verso il dolore altrui, a rifuggire dai compromessi.